Prodotto dall’omonimo vitigno, il Nero d’Avola è uno dei vini siciliani più conosciuti: da questo prestigioso vitigno le Cantine Gulino ricavano il Drus. Vino rosso pregiato, apprezzato in Italia e all’estero, ne parlò Domenico Sistini, bibliotecario del Principe Biscari di Catania: in una nota risalente agli anni 1774/77, raccontò dei vigneti del siracusano e aggiunse che il Nero d’Avola produceva una “ottima qualità di vino”.

Il vitigno Nero d’Avola è certamente autoctono, coltivato nella provincia di Siracusa e, in particolare, nel territorio di Avola e Pachino. È detto anche Calabrese, anche se questo non deve far pensare a un riferimento geografico: Bruno Pastena, insigne studioso della vitivinicoltura siciliana, scrisse che il vitigno in questione era «morfologicamente assai diverso dai comuni Calabresi, è diffuso con una denominazione che fa preciso riferimento ad una zona (Avola), se non di origine, almeno di antica coltura, sufficientemente lontana dalla costa Calabra». Pastena afferma con sicurezza che il Nero d’Avola è indigeno dell’area siracusana o almeno è qui coltivato da lungo tempo.

Perché, allora, fu chiamato Calabrese? «Il nome del nostro Calabrese ci appare più verosimilmente derivato dal fatto che, diffuso oltre i centri primari di coltura del siracusano, si sia voluto decantare l’ottima qualità del suo vino, ritenuto (o dato a credere, fosse per tornaconto commerciale) simile a quello dei già assai reputati vini di Calabrese». Questa è la risposta che diede Pastena, ma altri studiosi percorrono vie diverse. Sostengono che, in origine, il Nero D’Avola fosse conosciuto come Calavrisi, successivamente ed erroneamente italianizzato in Calabrese, senza però con questo voler indicare un riferimento all’origine calabrese di questo vitigno. L’espressione dialettale Calavrisi deriverebbe, allora, da Calea, sinonimo siciliano di racina, ovvero uva, e da Aulisi, ovvero di Avola (Aula, nome dialettale di Avola, paese in provincia di Siracusa): da calea aulisi, uva di Avola, sarebbe derivato il nome Calaulisi.

Alla fine dell’800 i vini rossi di Siracusa derivati dalle uve del Nero d’Avola erano più alcolici e colorati di quelli della zona di Pachino che comprendeva le produzioni di Avola, Noto e Pachino. Nel 1829 Avola contava 277 ettari di superficie vitata; nel 1848 Siracusa poteva vantare 1.400 ettari di vigneto e Avola 527. Nella seconda metà dell’Ottocento l’invasione di fillossera devastò gran parte dei vigneti di Sicilia e del siracusano (1884-1886). Di conseguenza, la vite fu sostituita da altre colture, come per esempio la coltivazione del mandorlo.