Il Nero d’Avola, una vera eccellenza della Sicilia

C’era una volta il Nero d’Avola, uno straordinario vitigno siciliano autoctono, oggi prodotto in tutta la Sicilia e apprezzato in tutto il mondo. Tanti nomi, luoghi diversi che ne rivendicano le origini, la storia lunga, appassionante e travagliata di un affrancamento, fino alla consacrazione a “principe della viticoltura siciliana”.
Il Nero d’Avola eccellenza siracusana - Cantine Gulino

Nero d’Avola, simbolo del riscatto della viticoltura siciliana

Chissà perché lo chiamavano Calabrese.
Un tentativo errato di tradurre il termine dialettale calaulisi oppure perché la tempra dei rossi prodotti da vitigni di Nero d’Avola ricordava la proverbiale testardaggine dei calabresi?
Di fronte ai grappoli tondi e violacei di uva Nero d’Avola che, fino a qualche tempo fa, puntellavano la nostra vigna, non possiamo fare a meno di pensare a quanto questo vitigno siciliano abbia dovuto faticare per imporre il proprio valore e guadagnarsi, come avrebbe sempre meritato, un posto d’onore nella viticoltura italiana.

VITIGNO NERO D'AVOLA, ORIGINE: LO CHIAMAVANO CALABRESE

Moscato, Albanello, Nero d’Avola: sono questi i vitigni storici e tipici del territorio siracusano, come vi raccontiamo in una lunga digressione sui vitigni autoctoni siciliani pubblicata tempo fa sul nostro blog. Quest’ultimo, il Nero d’Avola in particolare, è certamente autoctono, coltivato nella provincia di Siracusa, nelle zone di Avola e di Pachino.

Solo negli anni ‘70 la coltivazione fu estesa anche al resto della Sicilia.

Il termine Calabrese non deve far pensare a un riferimento geografico: Bruno Pastena, insigne studioso della vitivinicoltura siciliana, scrisse che il vitigno in questione era “morfologicamente assai diverso dai comuni calabresi, diffuso con una denominazione che fa preciso riferimento a una zona (Avola), se non di origine, almeno di antica coltura, sufficientemente lontana dalla costa Calabra”.

Pastena afferma con sicurezza che il Nero d’Avola è indigeno dell’area siracusana o almeno è qui coltivato da lungo tempo.

“Il nome del nostro Calabrese ci appare più verosimilmente derivato dal fatto che, diffuso oltre i centri primari di coltura del siracusano, si sia voluto decantare l’ottima qualità del suo vino, ritenuto (o dato a credere, forse per tornaconto commerciale) simile a quello dei già assai reputati vini di Calabrese”.

Alla spiegazione di Pastena, si aggiunge quella di altri studiosi, per i quali, in origine, il Nero D’Avola era conosciuto come Calavrisi, successivamente ed erroneamente italianizzato in Calabrese, senza però con questo voler indicare un riferimento all’origine calabrese di questo vitigno. L’espressione dialettale Calavrisi deriverebbe, infatti, da calea, sinonimo siciliano di racina ovvero uva, e da aulisi, ovvero di Avola (Aula, nome dialettale di Avola, paese in provincia di Siracusa): da calea aulisi, uva di Avola, sarebbe derivato il nome Calaulisi.

Oggi, tutti conoscono i vini Nero d’Avola: questo vitigno a bacca rossa, oggi considerato il più importante della Sicilia, è riuscito a restituire a questo territorio l’identità vinicola che per lungo tempo è mancata e intorno a cui costruire una cultura del vino di valore. Lo sottolinea chiaramente Gaetano Savatteri in Non c’è più la Sicilia di una volta, quando afferma che “in Sicilia si mangiava, ma non si beveva. Eppure la Sicilia produceva vino. Negli anni Ottanta, la superficie coltivata a vite era di 200.000 mila ettari. Nel 1981, dai porti siciliani partivano quattro milioni e mezzo di ettolitri di vino sfuso destinati a tagliare i vini più nobili, toscani e francesi“.

Per decenni, è stato questo il destino dei vini siciliani.

Lo stesso Savatteri ricorda che in Sicilia si beveva male e che il vino dei contadini era detto vino n’petra, forse perché – ipotizza l’autore – ne “bastavano due bicchieri per restare impietriti sulla sedia, il sorriso ebete e l’occhio bovino a scrutare le briciole sulla tavola”.

A un certo punto della storia, però, le cose cambiano.

Qualcuno scopre il Nero d’Avola. Se così non fosse stato, avremmo potuto irrimediabilmente perdere anche questo vitigno, dopo la terribile epidemia di fillossera del 1800: ettari di vigneti distrutti e vitigni siciliani, storici e autoctoni, destinati a scomparire nell’oblio.

Dobbiamo attendere gli anni ’80 e ’90 per quel “miracolo siciliano” grazie al quale il vino Nero d’Avola, fino ad allora usato solo per il taglio e per dare corpo e struttura ad altri vini, sia elevato a produzione vinicola di tutto rispetto ed espressione del tipico terroir della nostra zona.

Il merito va a due piemontesi che si innamorarono del Nero d’Avola.
Dopo lunghi studi e attente analisi, misero in evidenza le peculiari caratteristiche di questo vitigno autoctono siciliano, le enormi potenzialità, soprattutto economiche, del vino e l’opportunità di dare finalmente alla Sicilia l’identità vinicola che aveva ormai perduto.

 

Nero d’Avola, vitigno principe della viticoltura siciliana

Fu una scoperta per Franco Giocosa, giovane studente universitario che giunse in Sicilia negli anni Sessanta. Si convinse del valore e della qualità di questo vitigno al punto da decidere di rimanere nell’isola per completare i suoi studi e dedicare la sua tesi di laurea alle potenzialità economiche del Nero d’Avola come vino nobile da bottiglia e non più solo da taglio.
Un vero spreco, secondo Giocosa, perché il Nero d’Avola valeva di più.
Per dare corpo e sostanza alla sua idea, durante la sua collaborazione con l’azienda vinicola Duca di Salaparuta, raccolse l’uva di Nero d’Avola con l’intento, per la prima volta, di ricavarne un vino rosso Nero d’Avola in purezza.

L’impresa apparve subito ardua, richiese tempo, studio, impegno e sperimentazione continua.
Per andare avanti, Giocosa aveva bisogno di una marcia in più. Decise, allora, di coinvolgere nel suo progetto di valorizzazione del Nero d’Avola un altro piemontese, Giacomo Tachis, celebre enologo italiano che aveva studiato a fondo la viticoltura isolana e conosceva i vini tipici siciliani.

L’incontro tra Tachis e il Nero d’Avola fu amore a prima vista:

“Se qualcosa di grande nascerà in Italia nei prossimi anni nascerà qui. E nascerà dal Nero d’Avola.”

Fu lui a coniare per il Nero d’Avola l’espressione principe della viticoltura siciliana e a cambiare radicalmente l’approccio a questo vitigno per troppo tempo relegato a un ruolo che non rendeva giustizia alle sue indubbie qualità.

L’impegno di Franco Gioiosa e la passione di Giacomo Tachis sono gli stessi che ogni giorno mettiamo nel nostro lavoro, nella cura dei nostri vigneti, delle uve e nel processo di vinificazione che sia sempre rispettoso delle caratteristiche e peculiarità del Nero d’Avola, per ottenere un vino all’altezza di ciò che questo vitigno oggi rappresenta tra i vitigni siciliani autoctoni e della sua reputazione.

Scopri il Nero d’Avola della nostra cantina!
Drus, Nero d’Avola in purezza, e Fanus, blend di nero d’Avola e Syrah.

Nero d’Avola: caratteristiche del vitigno e dei vini

Da un vitigno a bacca rossa tipico del siracusano, l’uva Nero d’Avola è caratterizzata da un ricco profilo aromatico. Il vino che se ne ricava ha un colore rosso rubino intenso e profumi complessi che spaziano dalla frutta rossa matura (ciliegia e fragola) e note speziate. 

La struttura è ben equilibrata grazie al bilanciamento tra componente alcolica e acida, con un impatto tannico intenso e non eccessivo. 

La raccolta dell’uva avviene, condizioni climatiche permettendo, tra la seconda e la terza decade di settembre. Nella nostra cantina effettuiamo la vendemmia in due momenti distinti: nel primo raccogliamo solo una piccola quantità di uva, che mettiamo ad appassire sui graticci di canne; dopo qualche giorno procediamo con la vendemmia generale di Nero d’Avola e portiamo l’uva raccolta all’interno della cantina per i consueti passaggi successivi, diraspatura e pressatura. A questo punto, uniamo le uve passite, frutto della prima raccolta, alle altre uve: questa pratica conferisce profumi, corpo, colore e il vino che nascerà ne risulterà rafforzato. 

Il mosto prodotto riposa, poi, in silos per circa una quindicina di giorni a contatto con le bucce.
Il nostro vino Nero d’Avola è l’unico che effettua, poi, passaggio in botti di legno di rovere francese Allier per dodici mesi.

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