Moscato bianco: alle origini del vitigno con il DNA

Ancora una volta il nostro Moscato di Siracusa fornisce lo spunto per un’indagine sulle origini del vitigno, il Moscato bianco, cui siamo profondamente legati. La lettura del libro “La stirpe del vino” di Attilio Scienza, tra i massimi esperti di viticoltura al mondo, ne allarga ancora di più gli orizzonti di conoscenza e dipana una narrazione che mette a confronto storia, mitologia e DNA.
Moscato bianco alle origini del vitigno con il DNA - cantine gulino

Uva Moscato bianco: da un vitigno antico il meglio della produzione di vini dolci siciliani.

Un altro tassello. Il libro di Attilio Scienza, La stirpe del vino (2018), aggiunge il punto di vista critico della scienza alla già variegata storia del Moscato bianco, vitigno chiave della viticoltura italiana per le sue origini e per le sue tante declinazioni territoriali. Per la sua diffusione in tutto il mondo – soprattutto in Italia dove è presente la maggior superficie vitata – alla famiglia del Moscato è dedicata buona parte di questo testo in cui Attilio Scienza, docente all’Università di Milano e tra i massimi esperti a livello mondiale di viticoltura, amplia gli orizzonti di conoscenza e vi inserisce gli ultimi studi sull’identità genetica del Moscato bianco.

Tra mito, storia e leggenda, l’evoluzione della viticoltura è indissolubilmente legata alla storia dei popoli che, nel corso dei secoli, con i loro spostamenti, hanno coltivato diverse varietà di vite, le hanno addomesticate, selezionate, incrociate, adattate ai luoghi, migliorate.  

La visione scientifica si sovrappone al racconto, tra mito e storia, di Fenici, Micenei e Greci che, dall’Oriente, dal bacino del Mar Egeo, portarono la vite in Occidente: Scienza recupera le testimonianze antiche, ma ne tiene le distanze mettendo avanti gli studi recenti sul DNA delle viti, unico “strumento” in grado di individuare le “vere patrie dei vitigni”, di stabilire l’identità sulla base degli intrecci genetici spesso complessi e dei rapporti di parentela tra specie affini.
Solo così è possibile – ci dice ancora l’autore – stabilire i percorsi attraverso cui le tante varietà giunsero nei luoghi in cui sono state poi coltivate nel tempo e capire meglio anche i popoli che vi hanno impresso la loro impronta culturale come tratto distintivo.

Parentele, relazioni, incroci nella famiglia del Moscato: è tutta una questione di DNA.

Perché anche la vite, proprio come le persone, possiede una genealogia determinata da relazioni parentali complesse e ramificate, risalendo le quali è possibile conoscere i capostipiti di ciascuna specie, gli “individui” da cui discendono tutti gli altri. E siccome – Scienza lo sottolinea – le origini della viticoltura sono fortemente connesse a quelle dell’uomo, la mappatura dei genomi delle varietà di vite, con i rapporti di parentela tra le specie, ci aiuta ad approfondire come essa si sia evoluta e diffusa e il ruolo degli apporti culturali, sociologici, antropologici dei vari popoli che le hanno coltivate nel tempo. 

L’Italia, il cui substrato culturale è il risultato di una stratificazione nata dagli incontri, dalle mescolanze, dalle sovrapposizioni di popoli diversi che sono entrati in contatto, è la dimostrazione vivente di come  questa commistione socio-culturale si rifletta poi nella grande ricchezza varietale e nella sua lunga tradizione vitivinicola. 

La diversità biologica è ricchezza, un grande patrimonio fatto di tante piccole varietà locali da proteggere. Dopo che molte di esse sono andate perdute per fare spazio a vitigni più produttivi, commerciali, noti e diffusi, sembra di assistere oggi a un’inversione di tendenza con la riscoperta e la valorizzazione di vitigni minori, considerati autentici rappresentanti dei territori.

Il vitigno Moscato bianco, citato da numerose fonti antiche, ha origini remote. 
Basti pensare al vino Pollio, il vino dolce nato a Siracusa in onore del suo leggendario creatore, il re Pollis. Stando alle fonti antiche, è stato questo il primo vino dolce vinificato a partire dal vitigno introdotto dai Greci proprio a Siracusa, quando fondarono la città. 
Diretto erede, oggi, è il vino Moscato di Siracusa.

Il Moscato – ricorda Scienza – è un vino dolce aromatico. Re, nobili e cortigiani ne erano appassionati estimatori: sempre a Siracusa il tiranno Dionigi il Vecchio ne creò appositamente un vigneto destinato esclusivamente al consumo della sua corte. 
Il vitigno giunse in Italia dalla Grecia, passando dalla Sicilia. Omero ne riconosceva la qualità, parlando di vini che avevano quasi il gusto del miele.
Ricostruire la storia e le origini del Moscato è, però, un percorso lungo e tortuoso. La famiglia dei Moscati è ampia, ricca e variegata e annovera circa duecento varietà di uve da tavola e da vino, a bacca bianca e nera, con un elemento unico in comune: l’aroma intenso e inconfondibile.

Qui arriva una precisazione: l’aromaticità del vino è una sua caratteristica intrinseca e genetica, distintiva rispetto ai vitigni non aromatici. L’appartenenza alla varietà dei Moscati non è data dall’estrema dolcezza che, da sempre, accompagna le descrizioni delle uve di Moscato e che lo accostano al miele e alle api, bensì dal peculiare aroma riconoscibile anche nell’etimologia del nome: nelle Opere e i Giorni, Esiodo colloca in Asia minore, nell’Anatolia, le origini del Moscato e annota che gli acini avevano un profumo particolare, muschiato. 

Perché “moscato” significa, appunto, questo: profumato, aromatico, odoroso. 

In lingua persiana, il termine musk allude alla sensazione del profumato, un’etimologia che sembra così circoscrivere l’area di origine del vitigno.

I Moscati sono a tutti gli effetti una famiglia di vitigni aromatici. Al suo interno, uno dei principali è il Moscato bianco che, insieme alla varietà dello Zibibbo, secondo gli studi e le ricerche svolti, “rappresentavano i capostipiti della famiglia dei Moscati, da cui ha poi avuto origine la gran parte delle altre varietà tramite incroci spontanei (avvenuti casualmente in natura) e antropici (voluti e gestiti dall’uomo)”.

La riprova – riporta ancora Scienza – sta nella diffusione del Moscato bianco, noto fin dall’antichità, e nella innumerevole quantità di sinonimi con cui è conosciuto (tra cui quello del Moscato di Siracusa).

Lo studio del DNA ha permesso di stabilire, tra le due varietà, un legame di parentela del tipo genitore-figlio. Ciò che non si riusciva, però, a determinare era quale dei due, tra Moscato bianco e Zibibbo, fosse il genitore, il capostipite della specie. Dall’analisi dei profili genetici, ma soprattutto dalla scoperta di una terza varietà – il cosiddetto “anello mancante” – è stato possibile risalire al Moscato bianco come al vero capostipite dell’intera famiglia dei Moscati, comprese anche alcune varietà di Malvasie, e a incoronare questo vitigno che ancora oggi cresce vigoroso in Italia e in Sicilia come “autentico monumento della viticoltura”.

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