Vino spumante: il metodo classico

Vino spumante: il metodo classico
L’universo dei vini spumanti è variegato e affascinante, con diverse regioni vinicole che producono varietà uniche in tutto il mondo. La produzione è un lungo processo artigianale che richiede precisione e competenza e viene realizzato seguendo metodi tradizionali, ognuno dei quali contribuisce a creare caratteristiche distintive e influisce su gusto ed effervescenza: scopriamo insieme come nasce un vino spumante!

Che cosa si intende per vino spumante?

Una coppa ove spumeggiava un vino…coppa sostenuta dalle mani del dio, Jahvé.

Quando pensiamo alle bollicine, la prima cosa che ci viene in mente è lo Champagne che, di fatto, è la tipologia di vino spumante più famosa e diffusa al mondo, ma non l’unica. Nello sconfinato universo del vino, infatti, gli spumanti rappresentano un mondo a parte, complesso e variegato: sono per la maggior parte bianchi, pochi i rosati e ancor più rari i rossi; alcuni sono dolci, altri secchi, altri una via di mezzo.

La “presa di spuma” è l’atto di nascita di un vino spumante, il momento cruciale in cui le bollicine di anidride carbonica vengono intrappolate nel vino e conferiscono la caratteristica effervescenza. Il processo di produzione degli spumanti richiede tempo, pazienza, grande attenzione ai dettagli e precisione da parte dei produttori, perché influisce in modo significativo sul profilo di gusto e sulla qualità finale del vino.

A differenza dei vini classici, il vino spumante subisce due fermentazioni. Con la prima il mosto si trasforma in vino fermo, senza bollicine, il vino base; la seconda avviene con l’aggiunta al vino base di un composto di lieviti e zuccheri, dalla cui trasformazione si genera l’anidride carbonica che rimane imprigionata dentro la bottiglia.

Dov’è nato lo spumante?

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, lo spumante non è nato in Francia, sebbene oggi lo Champagne sia lo spumante per antonomasia, il più rinomato e conosciuto al mondo. Le sporadiche testimonianze storiche a nostra disposizione poco ci aiutano a ricostruire le misteriose origini dei vini spumante: nel XVIII libro dell’Iliade, Omero descrive una scena dello scudo di Achille in cui i contadini erano rifocillati da «un uomo che giva in volta, e lor ponea nelle man un nappo spumante di dolcissimo bacco»; secoli dopo, Virgilio, nell’Eneide, cita un dignitario della corte di Didone che «bevve la coppa di spumante senza vacillare». Alcune fonti insinuano che la celebre regina d’Egitto Cleopatra avesse addirittura ammaliato Cesare con del vino titillans, termine che i Romani usavano, insieme a saliens, spumans e spumescens. Servito, a quanto pare, durante una cena in onore di Cesare e Cleopatra, questo spumante ante litteram ebbe un notevole successo, a dimostrazione del fatto che i Romani conoscevano già alcune tecniche per creare le bullulae nel vino e avevano dimestichezza con il vino frizzante e spumante, dato che ne producevano due tipi: l’Aigleucos, ottenuto da mosto dolce conservato a basse temperature, e il più leggero Proptropum, ottenuto anche questo da un mosto dolce conservato a temperature basse e mescolato a un vino base già fermentato. 

Si parla, chiaramente, di una spumantizzazione molto blanda, tant’è vero che la distinzione tra vini frizzanti e spumanti dell’epoca non è così netta come oggi, ma, a detta di Plinio, alquanto apprezzata dagli imperatori romani che prediligevano questo tipo di vino. Da quanto sappiamo, i Romani possono essere considerati gli inventori della rifermentazione programmata, perfezionata poi nel corso dei secoli e che, oggi, ritroviamo in alcuni metodi di spumantizzazione moderni.

Le ragioni per cui il vino sviluppa la sua particolare effervescenza furono per lungo tempo argomento di studio e dibattito: secondo quanto riporta Andrea Bacci, noto medico del Papato e botanico romano, nel trattato cinquecentesco di enologia De naturali vinorum historia, alcuni sostenevano che le bollicine nascevano per un “caso fortuito”, ma egli era convinto, invece, che «questi fumi spontanei nei vini generosi o sono composti della essenza stessa e della natura del vino o sono senza dubbio caratteristiche particolari della struttura del vino».

Come avviene la spumantizzazione?

La produzione degli spumanti prevede due fasi: la prima, per trasformare il mosto in vino fermo, il vino base; la seconda, invece, per attivare una seconda fermentazione con l’aggiunta di lieviti che convertono gli zuccheri in alcol e anidride carbonica. Poiché non tutte le uve sono adatte alla spumantizzazione, la scelta degli uvaggi per la produzione di vini spumante deve essere oculata e tenere conto della qualità, dei differenti terroir, delle peculiari caratteristiche pedoclimatiche dei territori, delle tecniche di vendemmia e dei processi di vinificazione. Gli spumanti, infatti, si classificano secondo il tipo di uva impiegata oppure secondo le tecniche di produzione, che conferiscono al prodotto finale caratteristiche uniche di gusto, effervescenza e complessità aromatica: i più diffusi sono il metodo Charmat o Martinotti e il metodo classico o Champenoise.

Metodo Charmat o Martinotti

Il metodo Charmat, inventato da Martinotti e perfezionato da Charmat intorno al 1895, è il più rapido e diffuso, nonché il più economico, prediletto per la produzione di vini spumanti più semplici e in grandi quantità. La peculiarità di questo metodo è la rifermentazione in autoclavi, grandi contenitori di acciaio inox sotto pressione e a temperatura controllata dove avviene la presa di spuma. Successivamente, il vino viene filtrato e imbottigliato a pressione isobarica.

Metodo Classico o Champenoise

In Italia il metodo classico è conosciuto e usato da almeno un secolo e mezzo. È il metodo di spumantizzazione dello Champagne, noto anche come Champenoise, che si produce così da più di trecento anni, ma dal 1994 l’UE ha riservato la dicitura “Metodo Champenoise” solo alla produzione di Champagne. Un altro nome con cui è noto questo metodo è rifermentazione in bottiglia. 

Il processo richiede da un minimo di quindici mesi fino a un massimo di tre anni e prevede che la rifermentazione e la presa di spuma avvengano direttamente in bottiglie chiuse con tappi provvisori a corona, i tappi di tiraggio, poi riposte e conservate in posizione orizzontale a basse temperature in luoghi bui per diversi mesi, al termine dei quali i lieviti si depositano sul fondo delle bottiglie.

Prove periodiche consentono di individuare il momento opportuno per posizionare le bottiglie capovolte su speciali cavalletti forati, i pupitres. In questa fase si effettua il quotidiano remuage, con cui si scuotono e girano le bottiglie per permettere l’accumulo vicino al tappo del deposito e lasciare così il vino limpido. Con la sboccatura, operazione finale, le bottiglie capovolte passano in congelatore con il tappo e una parte del collo immerse in un liquido refrigerante. Il ghiacciolo che si forma all’interno intrappola i residui e viene espulso nel momento in cui si rimuove il tappo a corona. Il vino spumante così ottenuto può essere chiuso con la classica tappatura e gabbietta metallica e riposa per qualche altro mese prima di essere messo in commercio.

Maluk, lo spumante Nero d’Avola ottenuto con metodo classico

Il nostro spumante rosé Nero d’Avola Metodo Classico Maluk nasce dopo ventiquattro mesi di paziente affinamento.
Un vino spumante millesimato, ottenuto cioè da uve di una sola annata, il 2020. Il lungo periodo di maturazione contribuisce a definire la sua straordinaria complessità e raffinatezza.

Il nome “Maluk” evoca la toponomastica della limitrofa Contrada Milocca, un luogo che forse un tempo ospitava rigogliosi frutteti di ciliegi. Una connessione con il territorio e l’identità locale che dà a questo spumante una qualità autentica e un carattere distintivo.

L’annata 2020 di Maluk, con meno 1000 bottiglie ancora disponibili, offre l’opportunità di scoprire il nostro nuovo spumante rosé Nero d’Avola Metodo Classico, sperimentare l’eccellenza di un vino che incarna la tradizione e l’innovazione e lasciarsi sorprendere dalla sua unicità.

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